Il movimento delle foglie, Tom Drury – recensione umile #11

Ma buongiorno amici!

Ebbene, dopo un periodo di convalescenza, eccomi qui: pronta a ricominciare.

Come sapete, se mi seguite su Instagram (e se non lo fate, cominciate!), è un po’ che voglio parlarvi di una nuova uscita davvero interessante: Il movimento delle foglie di Tom Drury edito NNeditore.

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Ma bando alle ciance e veniamo subito al dunque!

Risultati immagini per tom druryAbout the author: Tom Drury – Iowa 1956 – è uno scrittore americano. Dopo aver insegnato in diverse università americane, attualmente vive e insegna a Berlino. La fine dei vandalismi, il suo primo romanzo, è uscito negli Stati Uniti nel 1994. NNeditore ha anche pubblicato i successivi due romanzi, facenti parte della trilogia ambientata a Grouse County: A caccia nei sogni e Pacifico.

 

 

Trama:  Pierre Hunter è un giovane uomo dall’ottimismo sconfinato e un grande talento per i guai. Dopo la morte dei genitori, avvenuta negli anni del college, torna a vivere nel Midwest, nell’aspra zona denominata Driftless Area – che dà il nome originale al libro -, dove lavora come barista. Un capodanno, dopo essersi messo nuovamente nei guai – viene processato per violazione di domicilio – decide di andare a pattinare sul ghiaccio, mezzo ubriaco. Manco a dirlo, ad un certo punto il ghiaccio si rompe e Pierre finisce in acqua, e solo l’intervento della misteriosa Stella Rosmarin, riesce a salvarlo. Pierre si innamora di Stella, ma da questo momento partono una serie di conseguenze e guai.

Recensione umile: in libreria dal 12 settembre, Il movimento delle foglie di Tom Drury edito NNeditore, è un libro di 177 pagine per un costo di 18 euro (NNeditore colpisce ancora una volta con copertina e accessori – un segnalibro e una cartolina – davvero elegantissimi).

Personalmente, questo è stato il mio primo approccio all’autore, ma sono stata subito piacevolmente colpita dalla scrittura chiara e fluida. Nessun fronzolo inutile, ma tutto molto diretto – sebbene rimanga indiscussa l’abilità dell’autore di far comparire nella mente del lettore scene e luoghi. Diciamo pure che, se non fossi stata male, avrei potuto completarne la lettura in davvero poco tempo; nota positiva della scrittura di Drury, infatti, è la capacità di non annoiare.

Drury ci offre un’ampia visione sul quadro psicologico di Pierre e dei personaggi secondari; e ci invita a riflettere su quanto, a volte, le coincidenze della vita determino il nostro percorso.

La storia tende quasi a proseguire su due livelli distinti: uno è quello più reale, dove troviamo tutti i problemi, l’altro – più surreale – è quello in cui viene collocata la storia con Stella e il futuro di Pierre.

Comunque, non mi ero mai approcciata al genere  prima ma credo che, se fossero tutti come questo libro, ne leggerei volentieri molti di più.

Se volete una lettura scorrevole ma intensa, non posso fare altro che consigliarvi di leggere Il movimento delle foglie.

 

Un abbraccio,

Brì ❤

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L’angolo dell’emergente – Lettera alla sposa, Licia Allara

Ma buongiorno e ben ritrovati, carissimi readers!

Ahimé, le tanto attese vacanze sono finite: cominciano le scuole, si torna al lavoro, tornano progetti, appuntamenti, tutto nel vortice settembrino che – in men che non si dica – ci catapulterà in pieno inverno.

Con il ritorno di settembre torna anche una rubrica ben nota a questo blog: l’angolo dell’emergente.

Proprio oggi, infatti, voglio parlarvi del libro di un’autrice emergente che ho avuto il piacere di leggere: Lettera alla sposa di Licia Allara.

image-asset.jpegChi: Licia Allara, nata in Piemonte nel 1966 è quanto più vicina alla parola “cambiamento”. Incarna lo spirito mutevole del libro: ha vissuto in Germania, Svizzera e ora in Portogallo; ha fatto più lavori totalmente diversi tra loro, e nel frangente (oltre a costituirsi una famiglia), ha anche scritto un libro.

PrimaCosa: La trama di per sé è molto semplice e lineare. È la trama di un matrimonio. Un matrimonio tanto atteso, chiacchierato, immaginato. Due ragazzi che si conoscono, si piacciono e tengono l’uno all’altra vogliono sposarsi, come normale compimento di un passo più che naturale. Ma oltre questo c’è di più. Ci sono attimi, momenti, istanti mutevoli, afferrati in fretta, lasciati andare. Ci sono vite.

Come: partiamo dal presupposto che il matrimonio dei due ragazzi non è il compimento dell’opera, ma lo sfondo. Ci viene chiarito sin da principio che i due protagonisti – di cui non conosciamo nemmeno i nomi – vogliono sposarsi, ma non è quello l’importante. Arriveremo al giorno delle nozze attraverso svariati personaggi che girano attorno alla cerimonia: un fioraio, un organista, la sposa, lo sposo, l’ex della sposa e un’amica disillusa. Arriviamo alla data del matrimonio carichi di vite altrui e di tanti piccoli passi che ha portato ognuno ad essere lì in quel momento della propria vita. Ed è proprio l’imprevedibilità della vita la chiave di lettura del romanzo.

Ogni passo che facciamo ci porta verso una determinata direzione, ma siamo consci di questo? Possiamo davvero controllarlo?

Quello che ci insegnano i personaggi è che a volte siamo noi a decidere, altre volte – semplicemente – no.

Di certo, è importante prenderne coscienza e non farsi semplicemente trascinare dalla corrente.

Ma cosa succederà ai nostri protagonisti il fatidico giorno?

Lettera alla sposa è un libricino di un centinaio di pagine che lascia molti spunti per riflettere. Forse avrei preferito un po’ meno fretta proprio sul finale, ma resta una lettura davvero piacevole; di quelle che – seppur brevi – alla fine vi lasciano qualcosa.

Ho cominciato la lettura di questo libro con leggerezza, e l’ho concluso carica di dubbi sulla mia esistenza. Quando un libro di 115 pagine è capace di farti questo, evidentemente è davvero valido!

Alla prossima recensione,

Brì ❤

Anche noi l’America, Cristina Henríquez – recensione umile #10

Buongiorno e ben trovati carissimi amici!

Finalmente con l’estate riesco a trovare il tempo di rispolverare un po’ il blog. Devo ammettere che sono stati mesi davvero molto intensi tra università, lavoro e lettura; ma adesso finalmente posso rilassarmi e leggere tutti i bei libri che voglio.

E’ proprio di uno di questi bellissimi libri che voglio parlarvi oggi: Anche noi l’America di Cristina Henríquez edito NNeditore.

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Sicuramente ne avrete già sentito parlare, perché la casa editrice sopracitata lo ha pubblicato per la prima volta nel 2016, ma torna in una veste tutta nuova – e con una copertina m-e-r-a-v-g-l-i-o-s-a, lasciatemelo dire -, con l’aggiunta delle note dell’autrice.

Il libro, che è stato – dunque – da poco ripubblicato, lo trovate in libreria dal 18 luglio per un prezzo di 18 euro per 310 pagine circa.

La prima nota positiva, è sicuramente questa veste elegantissima e molto curata, marchio di fabbrica della NNeditore. Ma veniamo al dunque!

About the author: Cristina Henríquez – 18 ottobre 1977 (età 41 anni), Delaware, Stati Uniti -è autrice di racconti e romanzi. I suoi lavori sono apparsi su diverse riviste importanti del settore letterario americano. Oggi vive in Illinois e il romanzo “Anche noi l’America” ha ispirato il progetto “The Unknown Americans Project” (titolo originale del romanzo, pubblicato nel 2014) su tumblr.

 

Trama: Dopo un viaggio di oltre tremila chilometri, la famiglia Rivera arriva nel Delawere, Stati Uniti. Alle spalle hanno lasciato la loro vita in México, un’esistenza che non avrebbero voluto lasciare mai, loro che il México lo amano. Ma all’unica figlia di Alma e Arturo, Maribel, è accaduto un brutto incidente e i genitori, per accedere alle migliori cure e assistenze hanno deciso di portarla in America.

Quando arrivano alla loro nuova “casa”, viene spiegato loro che la città è divisa in quartieri che, a loro volta, sono divisi per etnia. Insomma, già da principio, si rendono conto che questa nuova vita sarà difficile, ma non resta che stringere i denti e tirare avanti.

L’arrivo dei Rivera è per il palazzo di latinos fonte di interesse e pettegolezzi. Nessuno sa cosa sia esattamente accaduto a Maribel e perché si trovi in quelle condizioni.Il giovane Mayor Toro – ragazzo che vive di fronte ai Rivera, figlio anch’egli di genitori espatriati, ma che ormai ha anche la cittadinanza americana – sarà l’unico ad accorgersi della sofferenza di Maribel, ma anche delle sue capacità e dei suoi sentimenti, l’unico capace di farla sorridere di nuovo e farle provare nuove emozioni.

Recensione umile: inizierei col dire che la lettura è molto scorrevole, anche grazie ai capitoli davvero brevi. Ogni capitolo è il racconto di uno dei protagonisti, si tratta infatti di un romanzo corale.

Possiamo dire che, in questo romanzo, ci viene presentato – di base – quello che è il sogno americano di queste famiglie: partire per trovare una condizione migliore rispetto a quella che si aveva nel proprio paese di origine, per sé ma – soprattutto – per i propri figli. E’, per i sentimenti che ne scaturiscono, sicuramente una lettura abbastanza impegnativa, sebbene – come detto in precedenza – la lettura sia comunque scorrevole.

La cosa importante che ci viene fatta notare è che tutte queste famiglie sono persone in regola, hanno visti e documenti. Magari, al loro arrivo non tutti erano perfettamente in ordine, ma ci viene raccontato di come – di base – ci sia la volontà di trovarsi un lavoro e di sistemare tutte le pratiche. C’è la volontà di integrazione, per me – quindi – questo romanzo potrebbe essere un buon esempio di diaspora.

Ci si affeziona ai personaggi e si scoprono le loro storie – sebbene i principali restino Maribel e Mayor -, questo rende il tutto per niente noioso, bensì bellissimo e coinvolgente.

Credo che nel periodo storico che stiamo vivendo, la scelta della NNeditore di ripubblicare il romanzo di Cristina Henríquez, sia davvero più che adatta.

E’ un romanzo sulle speranze che hanno chi lascia il proprio Paese, sulle paure che incombono quotidianamente, sulla difficoltà linguistiche e culturali, sulla complessità di comprendere le regole. E’ l’amore per la propria terra e la speranza di ritornarci.

Insomma, leggere delle storie di questi protagonisti, dovrebbe farci capire che le persone abbandonano la propria casa, la propria terra, la propria vita, spinti dalla necessità di trovare condizioni migliori: nessuno viene per rubarci il lavoro, per rubarci da mangiare, per rubarci la terra.

Non posso fare altro che consigliarvi questo bellissimo romanzo, e spingervi alla riflessione.

Un abbraccio,

Brì.

Napoli Città Libro – Fiera del libro e dell’editoria 4-7 aprile 2019

Buongiorno e ben ritrovati cari readers!

Un breve periodo di inattività dovuto ad un intenso periodo di lavoro, ma eccomi qui.

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In questi giorni (dal 4  al 7aprile, ndr) si sta tenendo a Castel Sant’Elmo il Salone del Libro e dell’Editoria, Napoli Città Libro. Io ho avuto il piacere – e l’onore – di esserci come relatrice nella prima giornata di apertura, per presentare, assieme all’autore, Estelle. Storia di una principessa e di un suonatore di accordìon, che ho recensito qui sul blog ad agosto (premi qui per la recensione).

Per dare la giusta rilevanza ad entrambe le cose, in questo articolo, vorrei parlarvi un attimo del Salone. In questi giorni, poi, farò un articolo apposito per quanto riguardo la piacevole presentazione di Massimo Piccolo.

First of all, ammetto di non essere mai stata prima d’ora a nessun altro salone del libro – purtroppo -, quindi non ho termini di paragone: solo la mia esperienza e il mio parere totalmente soggettivo.

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Partiamo dalla location: Castel Sant’Elmo dove – shame on me – non ero mai stata, è una location bellissima, ricca di cultura e storia, ed offre un panorama mozzafiato. È un castello medievale, adibito a museo, sito sulla collina del Vomero nei pressi di San Martino a Napoli. Purtroppo però, essendo un castello antichissimo, ha i suoi limiti che, combinati ad una organizzazione superficiale, crea dei disagi.

Siete dei social-addicted che patiscono molto il freddo? Iniziate a prepararvi psicologicamente: che piova o che ci sia il sole, le spesse – e umidissime – mura di pietra abbassano di molto – ma molto! – la temperatura, soprattutto nel pomeriggio. Per non parlare del fatto che, non c’è campo al suo interno. Questo è stato un disagio che ha creato non pochi problemi (non tanto ai visitstori, perché bisogna anche godersi il giro senza stare incollati al telefono), ma a dei giornalisti con cui ho potuto parlare, che purtroppo necessitavano di linea e di internet durante le conferenze.

I successivi problemi che ho riscontrato, sono prettamente organizzativi:

La fiera non ha un programma guidato e, pur essendoci qualche mappa nei punti delle sale principali, per il tragitto mancano completamente le indicazioni. Risultato? Vi troverete – inevitabilmente – a passare e ripassare davanti agli stessi stand, prima di giungere dove preferite.

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Io sono stata lì da ora di pranzo fino a chiusura, insieme a Terry di @fallinbooks, e credetemi: in circa 6 ore ci siamo perse una decina di volte (vuoi anche uno scarso senso dell’orientamento di entrambe, ma tant’è).

Altra perplessità dovuta all’angolo bar. Ho sentito persone dire “raga, il caffé è buono!”. Indubbiamente… se uno potesse goderselo stando seduti. Lo spazio di certo non mancava, le sedie sì! Vi erano quattro tavolini, ma solo uno di questi aveva le sedie (che ovviamente erano sempre occupate).

Il programma delle giornate è molto ampio, offrendo vari congressi interessanti a tutte le ore, e gli stand delle case editrici indipendenti erano davvero molti ed incuriosivano parecchio…

Ma:

L’impressione che ho avuto è stata quella che si sia puntato tutto sul catturare l’attenzione di possibili visitatori, con la presenza di ospiti illustri e famosi: Pippo Baudo (Pippo Baudo, raga!), Vincenzo Salemme, Diego De Silva, Casa Surace etc., piuttosto che dedicare la giusta attenzione alle piccole case editrici indipendenti, i cui stand sono stati lasciati molto a sé stessi. Questo è un vero peccato, perché ce n’erano davvero di validissimi che – secondo il mio modesto parere – meritavano molta più sponsorizzazione e visibilità.

Durante questi primi giorni, ho anche visto molte persone fomentarsi per la presenza di case editrici più importanti come Salani Editore, Bao Publishing, Minimum Fax, Guanda etc… ebbene, mentre io e Teresa sfogliavamo il programma, non riuscivamo a capacitarci di come tutte queste CE stessero allo stesso stand: il misterioso P04. Abbiamo scoperto poi – con sommo dispiacere – che, al suddetto stand, erano state raggruppate queste case editrici nel peggior modo possibile: UN – uno, massimo due – LIBRO PER CASA EDITRICE.

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Esempio? Guanda aveva solo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Sepùlveda; Salani aveva solo il PRIMO volume della Saga di Harry Potter; Minimum Fax aveva Cognetti e Wallace e la Bao aveva solo Zerocalcare. Come se le CE in primis non avessero voluto imvestire nella loro presenza a Napoli Città Libro. Super deludente.

Un raggio di luce e speranza ci è stato dato dalla Edizioni E/O e NN Editore, ai cui stand abbiamo avuto modo di interloquire e confrontarci con persone davvero interessanti.

Nel complesso, è stato comunque un giro piacevole e produttivo, e con mio sommo piacere, ho notato che l’animo generale e l’interesse, sia un po’ aumentato (il primo giorno anche i venditori agli stand si lamentavano che nessuno si fermasse agli stand).

Per concludere credo che, se Napoli voglia davvero affermarsi come città per il salone del libro e dell’editoria, in netta contrapposizione ad una più famosa versione nordica, ci sia ancora molto (mooolto) da migliorare.

Spero che questo articolo vi sia piaciuto, ripeto che questo è il mio discutibilissimo parere soggettivo  dovuto a tante variabili di quella prima giornata, quindi che nessuno si sentisse offeso se ha un’oponione diversa dalla mia. Anzi, mi può solo far piacere se questo salone vi sia piaciuto da impazzire, a differenza mia.

Al prossimo articolo,

Brì.

L’angolo dell’emergente – Il pane sotto la neve, Vanessa Navicelli

Buon pomeriggio e buon anno, cari readers!

Per il primo articolo del nuovo anno, torno a spolverare una rubrica molto interessante, ovvero l’angolo dell’emergente.

L’anno appena conclusosi – prima di finire – mi ha regalato una lettura davvero coinvolgente ed interessante. Di cosa sto parlando? De Il pane sotto la neve di Vanessa Navicelli.

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Immagine correlataChi: Vanessa Navicelli è nata in provincia di Piacenza, ma da anni vive a Pavia. Non è di certo una sconosciuta! Come mai? Nel 2012 con il suo romanzo “Il pane sotto la neve” è stata finalista della prima edizione del Premio Letterario “La Giara”, indetto dalla RAI. Scelta come vincitrice per l’Emilia Romagna. Ha vinto la sezione “Scritture per Ragazzi” dello Scriba Festival di Carlo Lucarelli e vari premi con la Scuola Holden di Alessandro Baricco. Il Premio Cesare Pavese per la poesia e il Premio Giovannino Guareschi per racconti.

Vanessa scrive romanzi per ragazzi e adulti, e storie per bambini; con uno stile ricco semplicità, empatia ed umorismo.

Risultati immagini per Il pane sotto la neveCosa: Il pane sotto la neve è il primo capitolo di una saga familiare di 254 pagine, detta Saga della Serenella – ovvero nome familiare del fiore di lillà, molto caro all’autrice (al modico prezzo di 9,99 euro. Acquistabile solo online, su Amazon dove trovate anche la versione ebook molto economica!).

Il romanzo, trattandosi di una saga familiare, ci viene raccontato da punti di vista differenti. E’, inoltre, stato concepito come un romanzo autoconclusivo, quindi può essere letto indipendentemente dagli altri.

Come: Il pane sotto la neve è un romanzo di narrativa popolare, ambientato al confine tra la provincia di Piacenza e la provincia di Pavia (tra Emilia e Lombardia). E’ la saga di una famiglia contadina, che va dai primi del 1900 al 1945. Quindi, possiamo subito capire quanto possa essere interessante il contesto storico, nel quale è ambientato il romanzo.

La realtà del romanzo, è quella fatta dalla quotidianità delle piccole e semplici cose . La realtà e l’ansia della prima guerra mondiale, del lavoro in campagna, di figlie che crescono e diventano donne. E poi, ancora, una seconda guerra, ancora più terrificante, di nipoti che lasciano la vita semplice e quotidiana per partire per il fronte; chi diventa partigiano. Ed è proprio l’orgoglio partigiano che troviamo nelle canzoni degli alpini e nella musica di Verdi.

Un romanzo profondo, che ci ricorda come siamo arrivati fin qua, grazie a chi. Immaginate di sedervi vicino ai vostri nonni (in questo caso, ci affezioniamo a Tino e Cesira), e di sentirli parlare della loro infanzia da figli di contadini, di soldati, di partigiani orgogliosi. E’ questa la sensazione che emana Il pane sotto la neve, il racconto di una storia che ci ha toccato da vicino, narrataci con semplicità e calore.

Vi consiglio questo romanzo se avete finalmente voglia di leggere qualcosa di nuovo, che merita, e non i soliti titoli che ci vengono propinati da millemila blogger e poi risultano essere delle fregature.

Un abbraccio,

Brì ❤

 

 

 

Carnaio, Giulio Cavalli – recensione umile #9

Ben trovati carissimi lettori!

Oggi nuova recensione umile, con un tema molto particolare.

Voglio parlarvi di un libro che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima grazie alla Fandango Libri.

IMG_20181121_182553_867Si tratta di Carnaio di Giulio Cavalli, uscito l’8 novembre, appunto, per Fandango Libri.

403382_10150839359487756_324449959_nAbout the author: Giulio Cavalli, Milano 1977, è uno scrittore teatrale, molto attivo anche nella vita politica (dal 2007 vive sotto scorta per il suo impegno nella lotta contro le mafie). Collabora con varie testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta, tra i quali: Nomi, cognomi e infami (2010); L’innocenza di Giulio (2012) e Mio padre in una scatola di scarpe (2015). E’ stato membro dell’Osservatorio sulla legalità e consigliere regionale in Lombardia.  Scrive su Left, Fanpage e sull’Espresso. Con Fandango Libri ha pubblicato nel 2017 Santamamma.

Trama: Tutto si svolge a DF un paesino imprecisato dell’Italia, che dà sulla costa. Un piccolo paesino di mare, dove prevalentemente di vive di pesca e ipocrisia ( un prete che predica ma va a puttane, ne è il chiaro esempio). Un giorno, però, un vecchio pescatore – Giovanni Ventimiglia -, mentre tira le sue reti, trova un cadavere. Già da principio, questo cadavere viene spersonalizzato, e si pensa solo ai problemi che porterà a Giovanni l’aver fatto questo ritrovamento. Purtroppo, però, questo cadavere sarà il primo di una lunghissima serie – ondate di cadaveri, tutti uguali tra loro – che affliggerà DF. Da qui si cerca subito aiuto ai ministri a Roma, dove però si tergiversa senza fare nulla (vi suona familiare?). Sarà quindi DF a chiedere l’indipendenza e cercare di far fronte a questi cumuli di cadaveri. Come? Nel modo più incredibile possibile.

Recensione umile: vorrei poter definire questo libro un romanzo “distopico“, ma la cosa che fa male di Carnaio, è che non si sa davvero quanto il racconto possa essere distante dalla realtà che già stiamo vivendo. A pensarci bene, non è diverso poi così tanto. Carnaio è uno schiaffo in faccia. Ci fa aprire gli occhi. La gente ipocrita che finge di non vedere, siamo proprio noi. Noi, che in una situazione politica così particolare, dove vengono chiusi i porti a dei poveri disgraziati che cercano solo un rifugio e una vita nuova, noi tacciamo, voltiamo il capo dall’altra parte, ci fingiamo indignati… ma in realtà non facciamo niente.

All’immobilità di del governo a Roma, DF decide di ribellarsi, ma lo fa nella maniera più macabra e inquietante possibile.

Fin da subito, l’attenzione non viene mai posta sui cadaveri: chi siano, da dove vengano, come mai siano morti, chi abbiano lasciato, come si chiamavano. No. Sono solo corpi, carne morta senza nome, senza passato, senza futuro. Sono i diversi, quelli lì, qualcosa che non ci riguarda, solo perché non hanno il nostro stesso colore di pelle. Solo perché magari non parlano la nostra stessa lingua, perché non sono nati nel nostro stesso paese. Sono così spersonalizzati, che vengono descritti tutti allo stesso modo, tutti alti ugualmente, tutti con lo stesso peso, con la stessa corporatura. Non sono persone, sono solo un disturbo, un problema di cui bisogna liberarsi. E a DF lo si trova il modo per poter approfittare, per darsi da fare e ricavare benefici dalla sfortuna di avere avuto le coste invase da cumuli di cadaveri: si crea lavoro, si aprono fabbriche, si incrementa la mano d’opera, si creano prodotti. Come? Sulla pelle (con la pelle, la carne, le ossa, tutto) dei morti. Si lucra sulla sfortuna altrui, per ricavarne vantaggio. Vi sembra familiare come cosa? A me sì, ed è spaventoso.

Credo che Carnaio serva a far riflettere su quello che stiamo vivendo, e serva a far aprire gli occhi. E noi amanti dei libri, che ci vantiamo sempre di avere una marcia in più, una sensibilità in più, cultura in più, intelligenza in più, rispetto a chi non legge, dovremmo essere i primi a smuoverci per fare qualcosa di concreto. Forse non saremmo arrivati al punto di creare borse con la pelle degli immigrati, o di mangiare la loro carne, ma non credevo che saremmo mai arrivati nemmeno al punto di sbatter loro le porte in faccia, sapendo che potrebbero morirci, lì fuori. Non siete un problema nostro. E’ questo il messaggio che passa con questa politica.

Dov’è finita l’umanità? Ma ancor più grave, senza l’umanità, dove andremo a finire?

Leggete Carnaio di Giulio Cavalli, apprezzatelo, aprite gli occhi.

Brì.

Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya, Paolo Cognetti – recensione umile #8

Ben trovati, carissimi lettori!

Ormai il freddo è con noi, l’inverno è alle porte, ed è arrivato quel bel periodo in cui si legge con piacere al calduccio con un bel plaid sulle gambe e una tazza di tè in mano.

Personalmente, dopo mesi un po’ aridi in quanto a letture – anche a causa degli impegni di lavoro -, novembre mi ha regalato qualche gioia in più, con tanti bei libri letti, tra nuove uscite e non.

Oggi mi voglio focalizzare sulla recensione umile di una nuovissima uscita, ovvero Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya di Paolo Cognetti (vincitore del Premio Strega 2017 con Le otto montagne, ndr).

unnamed-8-9About the author: Paolo Cognetti, Milano 1978, è un autore conosciuto per molte delle sue opere. Tra le più famose ricordiamo sicuramente la raccolta di racconti Manuale per ragazze di successo (2004), il “romanzo di racconti” Sofia si veste sempre di nero (2012), vincitori di numerosi premi. Dopo aver studiato da autodidatta letteratura statunitense, pubblica diverse guide personali alla città di New York.  L’altra passione di Cognetti è la montagna, dove trascorre in solitudine alcuni mesi all’anno. Da questi eremitaggi è nato un diario, Il ragazzo selvatico, del 2013.

tumblr_orwhlhWk3Y1vjdkqio1_1280L’8 novembre del 2016 è uscito per Einaudi il suo primo romanzo in senso stretto: Le otto montagne, venduto in 30 paesi ancor prima della pubblicazione, con il quale si è aggiudicato il Premio Strega 2017, il Prix Médicis étranger, il prix François Sommer 2018, l’English Pen Translates Award, il Premio Itas, il Premio Viadana e il Premio Leggimontagna.

IMG_20181127_095628_489Trama: questo libro è stato concepito come un diario di viaggio. Racconta il mese trascorso in Nepal con una carovana di oltre quaranta persone, tra escursionisti, sherpa e guide.

Il pretesto per il viaggio è il quarantesimo compleanno dell’autore, classe ’78, che parte con due amici: Nicola, un pittore con cui condivide la passione per Tiziano Terzani, e un amico montanaro, con cui condivide la vita sulle Alpi.

Questo viaggio in Himalaya, va oltre il mero scopo di raggiungere una vetta. E’ un girare attorno a questa terra ancora incontaminata. Con sé un taccuino, degli amici, e un libro ( Il leopardo delle nevi, ndr) il cui protagonista gli farà da guida durante il suo cammino.

Recensione umile: se la trama vi sembra semplice, vorrei dirvi che Paolo Cognetti potrebbe far sembrare poetica anche la lista della spesa di mia madre. Questo libricino (107 pagine in tutto, per un prezzo di 14 euro – che stavolta ho speso con piacere, cari costosetti Supercoralli Einaudi!), è stato concepito proprio come un taccuino di viaggio anche per le sue dimensioni, ben inferiori rispetto ai normali Supercoralli Einaudi.

Senza mai arrivare in cima non è solo il percorso fisico che l’autore fa tra le montagne dell’Himalaya, è un viaggio interiore pregno della delicatezza che contraddistingue Cognetti, e della sua profondissima sensibilità.

                                               È il trovare un senso ad ogni passo.

Troviamo di nuovo la montagna, grande signora anche in Le otto montagne, ma diversa dalla concezione occidentale e dell’alpinismo: non c’è una cima da raggiungere; la vetta è un qualcosa di sacro ed inaccessibile. Il viaggio in Nepal è soprattutto ricerca di purezza ed integrità, in un mondo in cui le città si stanno sempre di più omologando allo stesso schema.

Oltre al tema del viaggio e della scoperta, in Senza mai arrivare in cima troviamo anche un tema ricorrente anche in Le otto montagne: quello dell’amicizia tra uomini, che nel tempo si è un po’ perso nella letteratura. Nicola non divide solo la tenda con Paolo, ne condivide il cammino a volte in compagnia, a volte insieme ma da soli.

Per concludere vorrei dirvi che, a parer mio, vale davvero la pena leggere questo libro. Specialmente se vi è piaciuto Le otto montagne. Cognetti è una garanzia, ve lo assicuro.

magrin-sin-e-cognetti-dxInfo+: l’amicizia tra Paolo e Nicola è nata per volere del destino: nati entrambi nel 1978 a poche ore di distanza l’uno dall’altro (coincidenza toccata anche ai loro padri); cresciuti a Milano, passati per qualche tempo da New York, fuggiti in una baita in montagna, conosciuti per caso.

Nicola Magrin, illustratore, non ha solo condiviso il cammino di Paolo Cognetti, gli ha anche illustrato la copertina di Le otto montagne e Senza mai arrivare in cima.

PLUS ULTRA – citazioni preferite: 

  • Chi ha visto il monte Kailash dalla cima inviolata della Montagna di Cristallo? Cerca la risposta in questo saliscendi: poiché perderai qualsiasi cosa tu abbia creduto di guadagnare, impara che ben più prezioso della vetta è il sentiero. Trova il senso ad ogni passo. Dentro questa concentrazione.
  • Questo è infondo l’unico coraggio richiestoci: avere coraggio per ciò che di più strano, di più singolare e di più inspiegabile può succederci di incontrare.
  • E poi, come uno che bussa alla porta di un vecchio amico, voltai pagina e ricominciai.

 

Ebbene, cari lettori, anche questa recensione umile finisce qui! Spero di avervi incuriosito almeno un pochino. Come al solito, se vi è piaciuta la mia recensione, diffondete il verbo e commentate!

Ki ki, so so.

Brì ❤

Una vita a posto, Alice Torriani – recensione umile #7

Buon pomeriggio e ben ritrovati, carissimi lettori!

Ormai imperversa l’autunno e – sebbene io ami solamente l’estate con tutta me stessa -, sono molto soddisfatta di questo periodo autunnale, che non ci sta portando solo foglie secche e freddo, ma tantissime novità editoriali!

In questo periodo, in casa Fandango Libri, ce ne sono tantissime. L’ultima volta vi ho parlato di un saggio molto interessante (Sex Robot. L’amore al tempo delle macchine, Maurizio Balistreri – recensione umile #6), oggi invece vi parlerò di un romanzo della stessa casa editrice.

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La scorsa settimana ho avuto il privilegio di ricevere in anteprima Una vita a posto di Alice Torriani, quindi andiamo dritti al sodo!

Alice_Torriani_in_RozzanoAbout the author: Alice Torriani, classe 1984, è un’attrice e scrittrice. Si diploma all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, il primo debutto è a teatro con Massimo Castri in Tre sorelle, seguito da Memorie dal sottosuolo di Gabriele Lavia. Studia a Los Angeles e New York. Partecipa a numerose serie televisive tra cui Il commissario Montalbano, Tutto può succedere e Il paradiso delle signore. Nel 2015 esce il suo primo romanzo L’altra sete, edito Fandango Libri. Nel 2016 L’altra sete è scelto per rappresentare l’Italia al Festival Europeo del primo romanzo a Kiel, in Germania. Il 18 ottobre esce il suo secondo romanzo, Una vita a posto.

Trama: Giovanni Guicciardi, in arte Andrea Riis, scrittore mancato e pittore dilettante, è un uomo di mezza età, che vive i suoi giorni senza passione e senza sorprese. La moglie Lisa cerca di combattere l’incedere del tempo, come attrice di teatro (ruoli minori e anche qualche fiction); esigendo rapporti sessuali dal marito con cadenza settimanale e nessuna passione. Vige la noia matrimoniale di una vita in cui tutto è già successo, e quello che non lo è (come avere dei figli), ormai è rimpianto. Ma Andrea sente dentro di sé degni impulsi ancora vivi, che si fanno sentire anche nel desiderio di altre donne (che lui può solo immaginare di possedere). E’ proprio quando non ce la fa più, che Andrea trova un varco per un’altra dimensione, quella in cui si ritrova a vestire i panni di un chirurgo di successo, con una bella macchina, tanti soldi, e una ragazza giovane e fresca al suo fianco. Ma Andrea si rende conto che forse non è l’unico a viaggiare, e le domande iniziano a cedere il passo alla sorpresa. C’è un modo di rimanere sempre più tempo in questa vita parallela? A che prezzo?

Recensione umile: Una vita a posto indaga le pulsioni nascoste, i compromessi e la mancanza di cui l’amore è una variabile ma il sesso è la chiave di volta.

Il libro, 131 pagine divise in undici capitoli, è scritto in maniera molto scorrevole e questo rende la lettura davvero piacevole. Personalmente l’ho letto in 24h, perché amo i libri composti da capitoli brevi e scrittura fluida, questi elementi fanno sì che l’attenzione del lettore sia sempre accesa, così come la curiosità di andare avanti. E’ un tipo di scrittura diretto e pulito, senza fronzoli inutili nemmeno se si parla di sesso. E’ un tipo di scrittura che mi ha ricordato lo stile nudo e crudo del mio amato Chuck Palahniuk.

La realtà parallela in cui si ritrova Andrea, lì resta Giovanni, è una realtà composta da scelte mancate. E’ un posto dove tutti i “cosa sarebbe successo se…” prendono vita. Infatti, prima tra tutte, è la scelta di Andrea di non studiare medicina come tutti i suoi familiari, a prendere vita nella realtà parallela. Andrea si ritrova affermato, ricco, attraente, in forma, e con un’appetibile giovane ragazza. Chi rinuncerebbe a tutto questo, per tornare ad una vita noiosa e frustrante? Infatti, scegliere di tornare alla realtà diventa sempre più duro.

Non mancano elementi abbastanza inquietanti, come l’insistenza dei genitori di Melissa – la sua giovane ragazza nella vita parallela – di tenerlo con loro in casa par farne sfoggio (questa cosa mi ha ricordato tantissimo la vita parallela di Coraline di Neil Gaiman, e ho adorato!); o come il non sapere chi fossero Loro, che guardano con curiosità chi riesce a passare da una dimensione all’altra e perché. Su questo, mi sarebbe piaciuto che magari si fosse approfondito di più su l’identità di Loro; ma forse non ha importanza, perché lo scopo del libro era quello di focalizzarsi su altro (desideri, pulsioni nascoste etc), e va bene così.

Il finale è inaspettato e devo dire che l’ho apprezzato davvero tanto. Mi sono ritrovata con il libro chiuso e la bocca aperta, pensando “furbacchiona di una Torriani, ci sai proprio fare!”.

Ed è per questo che vi consiglio di leggerlo caldamente. Credetemi, è un libro di lettura piacevolmente scorrevole, senza banalità, che – una volta completato – lascia addosso un senso di inquietudine e sorpresa.

Ringrazio ancora una volta la Fandango Libri, per avermi dato la possibilità di leggere questo libro (che ho apprezzato davvero molto). Inoltre, sono del parere che dovremmo cercare di dare più spazio a questi nuovi autori Italiani, oltre ai super titoloni di sempre. Ne vale la pena!

Spero che questo articolo vi sia piaciuto, come sempre, se sì lasciate un commento e diffondete il verbo.

Un abbraccio, Brì ❤

Sex Robot. L’amore al tempo delle macchine, Maurizio Balistreri – recensione umile #6

Buon pomeriggio e ben ritrovati cari lettori!

Andiamo dritti al sodo, come avrete letto dal titolo, oggi voglio parlarvi di un altro libro uscito da poco in libreria (27 settembre). Sto parlando di un interessantissimo saggio edito Fandango Libri (collana Documenti Fandango): Sex Robot. L’amore al tempo delle macchine di Maurizio Balistreri.

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Ebbene sì, mi dispiace deludere chi dal titolo si sarebbe aspettato un romanzo rosa, ma quello di cui vi parlerò è un vero e proprio saggio riguardante il progresso dei robot e, in particolare, i sex robot.

Maurizio-Balistreri-250x250About the author: Maurizio Balistreri è ricercatore di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino. E’ membro del Centro interdipartimentale di Studi dell’Etica in ambito militare ed è stato presidente del Comitato di Bioetica del Policlinico militare del Celio di Roma. Oltre a numerosi articoli, ha scritto molti saggi sui temi di bioetica tra cui – sempre edito Fandango – Il futuro della riproduzione umana.

 

Recensione Umile:  assodato che non stiamo parlando di un romanzo fantascientifico, Sex Robot è, sostanzialmente, un libro di filosofia morale e di etica, in cui si affrontano i problemi morali legati alla produzione e commercializzazione di questi robot del sesso.

Il primo quesito che viene posto nel saggio è se sia morale avere un rapporto sessuale con un robot. La critica principale che è stata mossa riguardo alla produzione di questi sex robot è sempre legata alla morale: chi ha rapporti sessuali con i sex robot deve per forza essere una persona depravata (viziosa, immorale etc.).  Da questa prima critica, si sfocia poi ad un altro importante problema: essendo i sex robot delle macchine prive di coscienza di sé, ed essendo state ideate delle stesse che devono dire “no”, ci porta allora a pensare che chi fa sesso con un robot “non consenziente”, potrà poi voler sperimentare lo stesso su altri esseri, e quindi questo potrebbe portare ad un incremento della violenza sulle donne.

In realtà, la tesi di Maurizio Balistreri, in tutto il saggio, è quella che non bisogna avere paura dei sex robot; poiché questi non devono essere necessariamente usati solo con motivazioni criticabili (potrebbero essere usati per “sperimentare” cose nuove con giochi di coppia, o potrebbero essere usati a sostegno di disabili che hanno comunque delle esigenze sessuali etc.).

Sostanzialmente, queste bambole sono dei veri e propri giocattoli del sesso e, oggigiorno rispetto a anni addietro, vi è stato un incremento della produzione e utilizzo di sex toys. Prima magari poteva essere considerato da depravati recarsi in un Sexy Shop, ma ormai sappiamo bene che certi articoli vengono regalati anche per ricorrenze come compleanni, anniversari etc.

Un’altra critica che Balistreri cerca di confutare, è quella che associa ai sex robot l’immagine di donna-oggetto sottomesso, e che quindi – avendo i sex robot fattezze femminili – l’uomo si abitui a trattare come una “cosa” anche la donna. Questa critica, secondo Maurizio Balistreri non è attendibile, poiché vi sono anche versioni maschili per sex robot, quindi fruibili alle donne. In più, si pensa anche a creare dei robot con fattezze intercambiabili, in modo tale che questi possano non avere un genere predefinito ed essere utili in più circostanze a seconda delle esigenze.

Ma cosa dice l’utilizzo di sex robot dei nostri rapporti interpersonali? Nulla, se questi robot del sesso verranno usati in maniera saltuaria per quello che sono (dei sex toys a tutti gli effetti). Ovviamente, se un robot dovesse diventare il nostro punto di riferimento – sessualmente e non -, dovremmo iniziare ad interrogarci sulla nostra esistenza.

Per concludere posso dire che è stato davvero molto interessante avere l’opportunità di leggere questo libro. Prima di tutto perché è importante leggere anche dei saggi oltre a tanta narrativa; e poi perché – in tempi di sviluppo tecnologico – è bene tenersi aggiornati riguardo questioni che potrebbero riguardarci.

Info plus: utopia? Fantascienza? No. I Sex robot esistono sul serio! Il primo ad essere stato creato è Roxxxy, 1 metro e 70 per 27 chili, presentata il 9 gennaio del 2010: costo? Oltre 6.000 dollari, 4mila preordini di acquisto. 4mila preordini di acquisto. Dovremmo porci delle serie domande.

Cosa c’è di male a fare sesso con un robot?

 

Spero che l’articolo vi sia piaciuto e vi abbia incuriosito almeno un poco. Come sempre, commentate e diffondete il verbo!

Sayonara, Brì ❤

Elmet, Fiona Mozley – recensione umile #5

Buongiorno e ben trovati, carissimi lettori!

Dopo l’inattività della pausa settembrile, eccomi tornata con tante novità e con una nuova #recensioneumile!

Oggi voglio parlarvi di un libro uscito da poco (il 27 settembre per la precisione), edito Fazi Editore (che ancora ringrazio per avermi spedito il libro in anteprima!).

IMG_20181009_122210_760Il libro in questione è Elmet di Fiona Mozley, romanzo d’esordio dell’autrice, finalista al Man Booker Prize e selezionato come libro dell’anno da diverse prestigiose riviste.

Ma procediamo per gradi.

 20181009_115650About the author: classe 1988, Fiona Mozley nasce a York, studia a Cambridge e successivamente si trasferisce a Londra. Ha studiato storia medievale. Fiona ha cominciato a scrivere Elmet sul suo cellulare durante un viaggio tra Londra e York, dove vivono i suoi genitori. La Mozley ha infatti affermato che sono state proprio le atmosfere misteriose di York ad averla ispirata tanto.

Trama: I protagonisti principali sono Daniel, voce narrante, figlio di John e fratello di Cathy. I tre vivono in una casa ai margini di un bosco, John l’ha costruita con le sue mani per i figli, in una terra che però non gli appartiene (è di Mr Price, che tende sempre a rimarcarne il possesso). La vita di questo ristretto nucleo familiare si svolge nel quasi totale isolamento, vanno a caccia con arco e frecce, mangiano patate, hanno abitudini contadine, e vengono visti come dei selvaggi dal resto della comunità. John – il padre – però viene anche visto come un fuorilegge che si guadagna da vivere con la violenza (combatte in incontri clandestini). L’assenza della madre viene fatta notare anche nella sregolatezza in cui vivono i figli (fumano, bevono, sono vestiti in modo non appropriato etc.), ma loro sembrano non curarsene.

In questo libro la violenza assume molti aspetti, ma esplode solo nel momento in cui Mr Price decide di riprendersi la sua terra.

Recensione umile: prima di tutto, sono del parere che bisogni un attimo focalizzarsi sull’eccellente lavoro di traduzione (Silvia Castoldi ha tradotto Elmet per Fazi Editore), che molto spesso viene messo in secondo piano.

Fiona Mozley ha fatto un ottimo lavoro nel dare voce a un narratore quattordicenne, Daniel, pieno sì di interrogativi, ma di natura ben diversa da quella dei coetanei.

L’opera si apre con il giovane protagonista in fuga e alla ricerca di qualcuno, nel primo dei sei brevi capitoletti in corsivo che si svolgono quando tutto ormai si è drammaticamente concluso; mentre la narrazione più ampia prima si concentra prevalentemente sul passato del padre, spesso coinvolto in combattimenti clandestini; dopo sulle conseguenze della scelta di John di costruire la dimora sua e dei due figli ai margini di un bosco di proprietà del prepotente Mr Price.

Successivamente, vediamo il ritmo narrativo accelerare sempre di più, e il romanzo assume sfumature thriller, fino all’apice della violenza.

Si può dire che la Mozley abbia davvero iniziato col botto. Il libro (280 pagine per €18 e una bellissima copertina in pieno stile Fazi Editore) mi ha tenuta incollata alle pagine.

Mi è piaciuta anche come ne esca vincitrice la figura femminile, in un mondo di violenza subita.

 

Bene, cari lettori, spero che la mia recensione vi sia piaciuta. Se sì, commentate e diffondete il verbo. A presto! ❤